Padre nostro
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Padre nostro che sei nei cieli

 

 

(Mt 6,9; Ez 36,23)


Padre nostro... supplica amorosa di tutto l’universo.

Un universo che si apre come petali di una rosa (Dante nel Paradiso) nella contemplazione di Dio-amore nella circolarità di un cielo solare azzurro o nel cielo stellato del buio di una notte chiara.

Una circolarità di voci multietniche, culturali e cultuali dove la parola PADRE assume le assonanze spettacolari dell’amore. Infatti Dio è amore. Sempre il cielo (sei nei cieli) ha rappresentato per l’uomo il luogo dove lo spirito si incontra nella immensità dei suoi misteri attraverso i segni visibili o intuibili di una Mente intelligente e organizzatrice.

Guardare il Cielo e ivi scorgere la presenza del Padre non è fuga nei sogni che piace sognare, ma con la rivelazione di Gesù, il Figlio di quel Padre, ci si accorge che questi Cieli si aprono alla comprensione e alla possibile contemplazione. Non è un problema di poesia romantica come quando si guarda la luna, ma è lo stupore che ci invade e strazia il cuore e la mente sotto la violenza della grandiosità e della LUCE.

L’artista nella luce ha incastonato l’Alfa e l’Omega, il principio e la fine, l’Eternità di Dio. Questa luce illumina, riscalda e da la vita.

Il calore dell’amore e la vita come espressione fattuale dell’amore è la somiglianza con l’Alfa e l’Omega di Dio.

L’anima immortale (viene da Dio e a Dio deve ritornare, come ricorda S. Agostino) ha sete di Dio (quando vedrò il suo volto?, dice il salmista), e l’immagine della sete colpisce nel segno sperimentabile dell’amore.

Allora le voci che dall’umanità si levano al Cielo formano nella loro varietà una armonia sinfonica che la Scrittura anticipa nel coro festoso degli angeli: Gloria a Dio nell’alto dei cieli...

Il serafico S. Francesco ci invita a far coro con gli Angeli con il suo Cantico delle creature: laudato sii mi Signore per tutte le tue creature...

Che cosa è il cantico della creazione se non il trionfo della bellezza di Dio? Dove l’esteticamente bello si unisce all’esteticamente orrido in una simbiosi di richiami al per aspera ad astra che, ricorda Seneca, sono via all’umanità per un altro dove. Il richiamo al Cielo dove brillano le stelle è ineludibile.

Ma se Dio è Padre non è solo nei Cieli, ma è uomo fra gli uomini attraverso l’incarnazione del Figlio, Gesù. Il mistero dell’amore di Dio è come la luce intensissima: accieca. Il rischio per l’uomo è quello di esserne come travolto e annullato. L’apostolo Paolo sulla via di Damasco al tramortimento della luce ha avuto il coraggio di ascoltare la voce di Gesù e ha domandato: Chi sei?

Ecco l’uomo, ciascun uomo, è chiamato ad ascoltare la voce di Dio, prima nei vari profeti o uomini di Dio, poi in definitiva nella parola di Gesù. L’uomo ha bisogno di comunicazione e di interpetrazione delle parole e dei segni.

 

 

Sia santificato il tuo nome

(Mt 6,9 (Gv 17,6-26)



Santo, Santo, Santo, gridano gli angeli e i santi del Paradiso nella acclamazione finale, nella gloria del giudizio ultimo. Solo Dio è santo, solo Dio è buono. Perciò Lui deve essere riconosciuto santo e buono. Di conseguenza : venerato, amato.

Di fronte a Dio, santo e buono, non si ammette equivoco se non dettato dall’ignoranza, dal non conoscere, dal non sapere chi Egli è.

Mosè sul monte davanti al roveto ardente alla voce di Dio si copre la faccia per non essere annientato, memore del detto sapienzale che chi vede Dio, muore.

Di fronte a Dio o ci si copre o ci si scopre la testa, il volto. Ci si prostra a terra nel segno dell’umiltà creaturale. Ci si inginocchia in segno di resa. Si erge in alto il capo e le mani in atteggiamento di supplica. Si chiude gli occhi per concentrare il pensiero all’ascolto dei suggerimenti interiori dell’anima sulla corda dello Spirito che ubi vult spirat (spira dove vuole).

C’è il singolo che prega. C’è una comunità che prega, C’è un popolo che prega. La parola di Gesù: dove due sono riuniti nel mio nome io sono in mezzo a loro, denota e accentua il valore dell’essere insieme, non soli. Certo non il numero nel suo segno matematico, ma nella valenza comunionale. Dio stesso nella sua Trinità è relazionalità, così per gli uomini nel tentativo di trascendere la singolarità e costituirsi popolo di Dio.

Qui la santificazione di Dio nella Festa domenicale e in ogni circostanza di festività. Qui la forza del chiedere salvezza per tutti, compresi quelli che se ne vogliono stare fuori per mille storie che solo Dio conosce e comprende. Questo non esclude la necessità della preghiera forte e intensa dei due e più che sentono di essere uniti dall’amore a Dio-Amore. La circolarità dell’amore-salvezza che parte da Dio e trascina con sè tutti fino a Dio.

L’immagine della barca di Pietro (la Chiesa) che affronta i pericoli del mare del mondo sempre più o meno tempestoso, è sintomatica del pericolo personale di trovarsi sballottata fuori dalla stessa barca e non salvarsi.

La solidarietà nel pericolo scatta con la consapevolezza del pericolo e con la volontà di darsi una mano l’un l’altro.

Non ci si aiuta con la non santificazione (bestemmia) del nome di Dio. Non ci si aiuta con la non santificazione (rispetto del corpo) della propria corporeità. Non ci si aiuta con la non santificazione (partecipazione alla celebrazione Eucaristica festiva) del tempo (la domenica), senza preghiera quotidiana.

I modi sono diversi presso tutti i popoli e tutte le fedi, ma unica rimane la tensione: santificare il nome di Dio, rendergli onore, che è amore rispettoso.

 

 

 

Venga il tuo regno

sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra

(Mt 6,10 (Dn 4,32)


Fare la volontà di Dio è premessa a che venga il suo Regno. La simbologia del Regno rispetta le modalità della storia degli uomini. Spesso il Re o l’Imperatore o altro titolo è sinonimo di potere assoluto e divino. Il richiamo quindi al regno è forte proprio in quanto espressione di quel di più che solo Dio è. L’annuncio di questo Regno di Dio è annuncio poderoso di risoluzione dei problemi dell’uomo. L’invocazione poi a che venga il tuo regno,vuol togliere ogni pretesto di uscire dalla influenza del Bene, ma fare del Bene (Dio) la ragione unica e sostanziale dello stesso regno dell’uomo per dargli un senso concreto e non visionario.

La sua realizzazione è condizionata al fare la sua volontà. Fare la volontà di Dio come in Cielo così in terra. La conseguenzialità è come nella aritmetica: due + due fa quattro. Questa perfezione è monotonia (noia ?) della perfezione o la perfezione esalta e non finisce mai di creare gioia e contemplazione? Dà piuttosto la vertigine dell’inebriamento fino alla sindrome cosiddetta di Stendhal: perdersi nel Bello. Il perdersi in Dio non è solo dei mistici, ma è la condizione del Paradiso. L’esperienza del Cielo da realizzare in terra è vivere in pienezza la Grazia di Dio, paradiso in terra, anticipazione di quello del Cielo.

Fare la volontà di Dio è osservare le sue leggi, naturali e soprannaturali. Eliminare il male e tutto quello che concorre a ritardare l’avvento del suo Regno: regno di giustizia e di pace. Il paradosso dell’umanità è che invoca la giustizia e la pace come bene sommo, ma non fa nulla o molto poco per realizzarlo, preferendo in concreto rimanere nell’idea o nel proposito come un qualcosa che è desiderabile e auspicabile, ma impossibile, mostrando una radicale sfiducia in Dio e nell’uomo. Di fronte al malato che dice di voler guarire, ma rifiuta la medicina non può far nulla alcuno, per assurdo nemmeno Dio. Ricorrere ai miracoli è come salvare chi annega, perchè vuol morire, e poi, come ricompensa, sentirsi dire: e ora campami e mantienimi! in spregio di qualsiasi valore, o bene o senso della vita.

Ovvio che la vita, il regno del Bene, Dio stesso, è da conseguire come obbiettivo dovunque e comunque, malgrado i rifiuti malati (peccaminosi) dell’uomo, ma è necessario sapere che la via da percorrere e un calvario. In agguato c’è sempre la croce. Su quella croce ci ha preceduto Gesù, senza macchia di peccato, Figlio di Dio, Salvatore. Spem contra spem, (speranza contro ogni speranza) ricorda l’Apostolo Paolo, proponendo un paradosso positivo.

 

 

Dacci ogni giorno il nostro pane quotidiano

(Lc 11,3)


Dio è autore della vita: è la vita. Il pane quotidiano è garanzia di vita e scaturisce dal disegno divino che chiamiamo anche Provvidenza.

Provvidenza universale legata al senso della vita e la sua ragione di essere in quanto partecipazione di Dio-Vita. Insieme a questo progetto divino c’è per l’uomo il comando esplicito di Dio rivelato e scritto nel libro della Genesi (generazione): Il Signore prese l’uomo e lo pose nel giardino di Eden, perchè lo coltivasse e lo custodisse (Gn 2,15).

L’uomo è chiamato a contribuire alla evoluzione della creazione nel senso di Dio e al tempo stesso ad esserne signore in nome di Dio. Custodire non è manomettere sensa regole naturali, ma nel solco della provvidenza-Dio. Quindi adattare ciò che è già ed utilizzarlo per la sua crescita spirituale. Ovvio che il pane quotidiano è simbolo preciso della crescita anche spirituale dell’uomo ( Non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio).

Ecco il pane degli Angeli come lo chiama S. Tommaso nell’inno della liturgia del Corpus Domini. L’Eucarestia, il Pane spezzato, il pane condiviso. L’interscambio fra il Cielo e la terra nella sintesi dell’uomo, anima e corpo. L’uomo ad una dimensione è una mostruosità. Dio stesso in Gesù, Figlio, ha accettato e vissuto la dualità. Perciò non c’è alibi per l’uomo.

Prendete e mangiate, prendete e bevete è la trasfigurazione del creaturale in divino, anticipazione gloriosa della dimensione di battezzati. Gesù chiama il credente a pregare per avere un pane di giornata, fresco, croccante, non secco, non ammuffito, nè marcio.

... ogni giorno della vita.

... in ogni luogo.

... in attesa dell’incontro.

Venite a me voi tutti che siete affaticati e stanchi ed io vi ristorerò (Mt 11,28). L’immagine del campo di grano col pullulare festante delle spighe illuminate dalla presenza di Gesù coinvolge a mo’ di parabola negli apostoli gli uomini tutti nell’invito pressante alla vita. Anche l’esperienza degli apostoli che, in giorno di sabato, stritolano le spighe di grano e ne mangiano i semi, richiama una quotidianità di alimento per lo spirito che supera ogni legge paralizzante e ridà all’anima la libertà di figlio di Dio. Il sabato è per l’uomo ... La vita è dell’uomo. La vita di Grazia è la pienezza dell’uomo salvato. L’anoressia dell’uomo moderno è spirituale... è mancanza di pane quotidiano.

 

Perdonaci i nostri peccati perchè

anche noi perdoniamo ad ogni nostro debitore

(Lc 11,4 (Pv 30,8-9)


Invocare il perdono è mettersi dalla parte di Dio. L’essere cristiano esige il perdonare rimettendo in circolo la Grazia ricevuta. Sì, perchè si vive del perdono ricevuto e partecipato, il resto è tempo perduto. Siamo in debito di perdono con Dio e con il prossimo. La fraternita cristiana è un impegno gravoso. L’unico da assumere per essere giusti (giustizia), santi, Figli di Dio. Il perdono è assunzione di responsabilità di fronte alle libere scelte. Mettere di fatto ognuno di fronte alla necessaria scelta del bene perchè scegliere il male è senza senso. Come è senza senso pensare che il perdono sia un nascondere il male compiuto. La leggerezza del vivere o del non vivere con dignità l’altro da noi. L’altro è fratello. Lo è soprattutto fra cristiani in forza dell’unico battesimo. Se il profeta Isaia già per l’antico popolo diceva: A coloro che vi dicono: Non siete nostri fratelli rispondete: Siete nostri fratelli (Is 66,5) tanto più dopo Gesù siamo chiamati ad allargare a tutti, compresi i pagani, il rapporto di fratelli. -Perchè ci cercate, commenterà S. Agostino, perchè ci volete? Noi risponderemo: - Siete nostri fratelli -. Questo sentirsi fratelli è presupposto indispendabile per una perdonanza reale, fondata, non effimera o solo parolaia. Il sostegno della fede in Dio Padre, nel Figlio Gesù e nell’azione dello Spirito secondo l’insegnamento cristiano richiama la costatazione cruda della miseria del peccato personale e in quella direzione l’annullamento del dono ricevuto. Negare di fatto l’amore e negare lo scambio di amore col perdono fraterno. Ergersi singolarmente in posizione di divinità. Ritorna prepotente il non serviam diabolico di Lucifero e il pensare suggestivo dell’uomo di poter essere dio. L’apostasia moderna e vecchia della storia, rifiuto di amore, è il ripetersi di una arroganza che distrugge la capacità di perdono in quanto incapacità di amore. E come può Dio-amore perdonarci se abbiamo lasciato Dio fuori dalla nostra vita, fuori di casa. Abbiamo annullato il rapporto con il Tu di Dio. E insieme il Tu del fratello. Dio è morto? Vuol dire che l’uomo è morto già prima. L’uomo in sè come io e l’uomo come il fratello di viaggio. Il perdonare è sentirci vivi, è sentirci figli di un Padre, è sentirci donati, regalati alla vita per l’eternità.Questo è il perdono nel suo riscatto radicale dopo il peccato. Chiudersi nel rifiuto del perdono per un’offesa ricevuta è chiudere la porta alla salvezza credendo di farla pagare a qualcuno. E la trave del nostro occhio chi la rimuoverà? Solo Dio Padre ha il potere di giudizio inappellabile.


 

E non ci indurre in tentazione

ma liberaci dal male

(Mt 6,10 (2 Ts 3,3)


Il male, il maligno. Con il peccato è entrato nel mondo il male, la tentazione continua e c’è la sconfitta dell’uomo. L’uomo a cui era dato il sostegno della presenza di Dio ha creduto di essere più sapiente di Dio, di essere più furbo. Sembra proprio di vedere il bambino che caparbiamente vuol fare quello che il babbo gli suggerisce di non fare. La esperienza del limite fin da bambino sembra non appartenere all’uomo... anche sapiente. Limite che è della creatura. Non gli basta neanche rendersene conto. Come si spiega questa specie di ansia che coglie l’uomo nel tentativo di estremizzare le sue possibilità? Nostalgia della potenza di Dio creatore? Tentazione di recuperare quello che si è perduto? (Il paradiso perduto?) Estrema ribellione di fronte allo strapotere di Dio per cui si bestemmia l’impotenza? Ecco Gesù, Figlio di Dio che nel deserto è tentato dal diavolo. Povero diavolo scornato non dalla potenza di Dio, ma dalla volontà semplice dell’uomo-Gesù che confida nel Padre. Se la tentazione è inevitabile proposta di battaglia, pur fastidiosa, la vittoria del Padre celeste è sicura. Per questo si invoca perchè ci liberi dal male, dal peccato, dalla ricaduta. Dopo la sconfitta del maligno gli angeli scesero dal Cielo e servirono Gesù. C’è già il premio della buona coscienza quando combattendo si vince il male con l’aiuto di Dio. Immaginarsi quando la presenza nuova di Dio è nel profondo di ciascuno e la si avverte. Dio Padre non induce alcuno alla tentazione, questa è opera esclusiva del maligno, ma la permette da sempre nel rispetto di una scelta libera di amore. Anche con il rischio del perdersi. Chiedere la liberazione dal commettere il male è invocare le mani di Dio sulla testa dell’uomo (come insegna S. Filippo Neri), che purtroppo, lasciato libero, rimane vittima dei trucchi del tentatore. Se la vita dell’uomo è costruita sulla roccia di Cristo, Figlio di Dio, non c’è timore. C’è la lotta gloriosa insieme a Cristo, alla Madonna e ai santi. L’arcangelo Michele è il giustiziere di Dio e trafigge vittoriosamente il drago-satana. Con Gesù anche le pietre del deserto possono diventare pane, come le ferite della croce vessillo di salvezza. Chiedere la liberazione dal male, ogni male fisico o spirituale, è chiedere quel bene che una volta perduto, Dio stesso ci ridona nell’atteggiamento di umiltà e amore. Coerenza e fedeltà sono gli strumenti che l’uomo può mettere nelle mani di Dio-amore. Qui nasce la pace e il trionfo del bene senza aspettare la fine del mondo.


 

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